sabato 16 febbraio 2019

Carenza da Vitamina B12 cosa occorre sapere





La carenza di Vitamina B12 e folati è la principale causa di anemia megaloblastica: un tipo di anemia caratterizzata da globuli rossi più grandi del normale; le analisi del sangue mostrano bassi valori di emoglobina e alto volume corpuscolare medio dei globuli rossi.
La vitamina B12 e l’acido folico agiscono in modo sinergico per aiutare il corpo a produrre globuli rossi. Inoltre svolgono numerose importanti funzioni:

- vitamina B12: le vitamine del gruppo B sono sostanze organiche chimicamente affini, contenenti cobalto e per questo note come cobalamine. Nell'organismo la vitamina B12 si può trovare sotto diverse forme chimiche: metilcobalamina, idrossicobalamina e deossiadenosilcobalamina; la cianocobalamina (forma maggiormente conosciuta) fappresenta la struttura più stabile in cui si può trovare la vitamina.
La vitamina B12 non viene prodotta dal nostro organismo, ma viene sintetizzata da dei batteri del Colon, dove però per essere assorbita necessita di essere prima attivata. Il fattore intrinseco prodotto a livello dello stomaco è il responsabile della sua attivazione; a questo punto la vitamina B12 può essere assorbita nell'intestino tenue, andare in circolo ed essere concentrata a livello epatico.
Azioni della vitamina B12:

*regola la maturazione dei globuli rossi nel midollo osseo (in modo sinergico con la vitamina B9-acido folico)
*regola il metabolismo di amminoacidi, grassi e carboidrati
*regola il metabolismo dell'omocisteina mantenendola a bassi livelli a livello plasmaico
protegge i neuroni contribuiendo alla produzione di mielina, sostanza posta a copertura dei nervi, aiutando a ridurre la comparsa di demenza senile dovuta alla distruzione della guaina mielinica

- acido folico: partecipa alla produzione degli acidi nucleici (DNA e RNA- il cui difetto provoca anemia), alla trasformazione dell'omocisteina in metionina ed al metabolismo di altri amminoacidi. Di fondamentale importanza in gravidanza per la prevenzione di malformazioni a carattere neuronale nel nascituro, fra cui la spina bifida 

La vitamina B12 si trova in:    

carne, soprattuto nel fegato bovino
uova, soprattutto nel tuorlo
prodotti caseari
in alcuni prodotti ittici fra cui: cozze, sardine , sgombri, salmoni,

Sintomi della carenza di vitamina B12

I principali sintomi della carenza di vitamina B12 sono:
debolezza, pallore, formicolii alle estremità, ridotta percezione del dolore, irritabilità, mal di testa, depressione, difficoltà di concentrazione, deficit di memoria, alterazioni dell'equilibrio, disturbi del sonno, stanchezza, letargia.
E' molto difficile che si instauri una carenza da viamina B12 in quanto rapprenenta l'unica vitamina idrosolubile di cui esistano riserve importanti nell'organismo a livello epatico che riescono a coprirne il fabbisogno per lunghi periodi di tempo (fino a tre - cinque anni).
La carenza di vitamina B12 può indurre all'instaurarsi dell'anemia perniciosa, caratterizzata da una penuria di eritrociti; la vitamina B12 è infatti fondamentale per la sintesi di globuli rossi da parte del midollo osseo. Se un tempo questa patologia poteva essere mediamente diffusa, oggi giorno è davvero molto rara. Gli individui più esposti a questo rischio possono essere i vegetariani stretti e gli indigenti, specie se anziani (per la minore efficacia digestiva e di assorbimento). Verosimilmente è stato visto che l'anemia perniciosa è causata dall'assenza del cosiddetto fattore intrinseco, glicoproteina fondamentale a garantire il corretto assorbimento della vitamina B12. La mancata presenza di questo fattore di attivazione fa si che anche in presenza di adeguati introiti di vitamina B12, non venga promosso il suo corretto assorbimento, instaurando di conseguenza un deficit. 


L'eziologia dell' anemia perniciosa non è del tutto chiara ma la maggior parte delle volte all'origine del problema sussistono deficit di assorbimento della vitamina B12: in particolare all'assenza del fattore intrinseco, che viene secreto dalle cellule parietali dello stomaco. Circa il 90% dei pazienti affetti da anemia perniciosa queste cellule vengono aggredite e distrutte da anticorpi, che possono attaccare anche il fattore intrinseco, impedendone il legame con la vitamina o con il recettore intestinale. Si parla, in questi casi, di gastrite atrofica autoimmune o di tipo A, un processo infiammatorio cronico che colpisce la mucosa gastrica riducendone la funzionalità.
Fattori di rischio legati all'anemia perniciosa sono:Età adulta e anziana, storia familiare di anemia perniciosa, etnia nordica, contemporanea presenza di disordini autoimmunitari endocrini, come morbo di Addison, tiroidite cronica, morbo di Graves, ipoparatiroidismo, ipopituitarismo, miastenia gravis, amenorrea secondaria, diabete di tipo I, disfunzione testicolare, vitiligine.
È stato riferito che i pazienti con anemia perniciosa hanno un rischio tre volte aumentato di carcinoma gastrico.

Chi è colpito da carenza di vitamina B12

Sia la carenza di vitamina B12 sia quella da acido folico possono presentarsi in alcune classi di popolazione fra cui: anziani, persone che soffrono di problemi intestinali che portano ad un ridotto assorbimento intestinale, coloro che abusano di alcol e le donne in gravidanza, che necessitano di quantità maggiori di vitamine. Possono essere più esposte al rischio di sviluppare carenza da vitamina B12 coloro che seguono un regime alimentare del tutto privo di alimenti animali e che non provvedono ad una adeguata supplementazione mezzo integratori.


Patologie che portano ad instaurare carenza di vitamina B12 

-gastrite atrofica e resezione chirurgica per chirurgia bariatrica sono legatate ad un deficit a carico del fattore intrinseco
- morbo di Crohn, ilectomia, sono legate a sindromi da mal assorbimento anche a carico di questa vitamina
-infestazione enterica parassitaria può portare ad alterazioni della flora batterica e al mal assorbimento vitaminico
-farmaci: alcuni tipi di farmaci possono ridurre la quantità di vitamina B12 ; esempio, gli inibitori di pompa protonica (PPI) utilizzati nel trattamento del reflusso gastro esofageo e nell'ulcera pepticaresponsabili di creae acloridria ovvero assenza di acido cloridrico nello stomaco.

Come si cura la carenza di vitamina B12

La carenza di vitamina B12 può essere curata con integratori,opportunamente formulati A seconda delle patologie correlate alla carenza di vitamina B12 o di acido folico, si possono adottare accorgimenti nella dieta per prevenire il ripresentarsi della malattia
Si può ovviare a questa carenza includendo gli ingredienti giusti nella propria dieta. Seguire una alimentazione sana e bilanciata può aiutare a bilanciare i livelli di vitamina B12 endogeni.
Ecco ciò che non dovrebbe nmancare in tavola per garantire un corretto apporto di vitamina B12:

frutti di mare
cereali fortificati 
muesli fortificati 
tonno
merluzzo
gamberetti
sardine
sgombro
salmone
triglia
trota
maiale tutte le sue parti
conglio
bovino soprattutto fegato e frattaglie
fagiano
uova
formaggi stagionati come parmigiano, e semi stagionati come bel paese
yogurt
latte vaccino e ovino
mozzarella
alga spirulina

sabato 9 febbraio 2019

HEALTH PLANETARY DIET: è possibile alimentarci in modo sostenibile?





Lo scorso 17 gennaio è uscito su The Lancet lo studio “Food in the Anthropocene: the eat –Lancet Commission on healthy diets from sustainable food systems” dal quale merge come sia possibile nutrire l' umanità in modo sostenibile distaccandoci dagli attuali modelli consumistici che minacciano sia la salute della popolazione che l'ambiente.
Gli scienziati che hanno collaborato allo studio hanno trovato una soluzione ad una delle più grandi sfide che l’umanità si è trovata ad affrontare. Applicando il modello di alimentazione sostenibile è possibile sfamare 10 miliardi di persone entro il 2050. Perchè ciò avvenga è necessario apportare dei cambiamenti alla nostra alimentazione, migliore la produzione alimentare attraverso un più adeguato impiego dell’agricoltura e della tecnologia rivolgendo attenzione alla riduzione degli sprechi alimentari.
Con la Planetary Health Diet, sarebbe possibile evitare più di 11 milioni di morti all’anno, abbassando drasticamente l'incidenza delle patologie legate agli stili di vita sbagliati e alle diete non salutari. Obesità, denutrizione e malnutrizione rappresentano i principali fattori di rischio responsabili di una precoce mortalità nella popolazione globale. La Planetary Health Diet porterebbe inoltre dei benefici tangibili anche all'ambiente circostante grazie ad una riduzione di emissioni di gas serra, ad un aumento della biodiversità, limitando l’utilizzo di terra, acqua e azoto in agricoltura.

La Planetary Health Diet di fatto poco si discosta all'ormai nota Dieta Mediterranea; in questo caso, per promuovere la salute umana e del pianeta, si propone una riduzione del 50% nel consumo di farine raffinate e prodotti di origine animale senza eliminare alcun alimento in particolare. Queste indicazioni a ben pensare fanno parte del buon senso e fanno ritornare indietro nel tempo ad anni in cui con pochi capi di bestiame si sfamava tutta una numerosa famiglia per tutto l'anno senza sprechi.


Attualmente alleviamo animali in eccesso, spesso costringendoli a vivere in ambienti angusti e sporchi, per poi macellarli in massa in modo che la grande dsitribuzione non ne sia mai sprovvista. Sarà poi la grande distribuzione stessa a gettare gran parte dell'invenduto, chiudendo un cerchio perverso.

Chiedere di assumere meno carne getta sicuramente le basi verso una maggiore eticità che parte con una maggiore cura dell'animale, senza considerare che un animale che cresce sano nel suo ambiente di origine dona alle sue carni tutti i nutrienti preziosi per la nostra sopravvivenza. Inoltre migliora la nostra salute perchè ci permette di abbassare la quota di grassi satuti attualmente eccessivamete presenti in queste carni. E' anche utile sottolineare che la carne che attualmente mangiamo proveniente da animali allevati in massa, alimentati con farine di dubbia qualità, bombardati di ormoni per diventare precocemente macellabili e sottoposti a dosi massicce di antibiotici per abbassare la carica microbica legata all'insano ambiente in cui sono costretti a vivere, non è affatto salubre per l'essere umano!

La raffinazione degli zuccheri e delle farine poi apre un altro importante capitolo. Questo processo è stato introdotto per garantire sulle tavole prodotti gradevoli alla vista e gustosi al sapore, ma di fatto non ha fatto altro che allontanarci dall'originalità del prodotto e con esso dalle ancestrali caratteristiche nutrizionali ad esso legate. Grazie alla raffinazione la popolazione è stata maggiormente esposta a diabete, insulino resistenza, celiachia, tumori, obesità patologie queste che si possono vincere curando l'alimentazione.

Questo tipo di dieta sostenibile propone di diminuire il consumo di verdure amidacee; ci si riferisce in questo caso prevalentemente ai tuberi il cui consumo eccessivo e protratto nel tempo, specie in assenza di un'attività fisica regolare ed impegnativa, è responsabile di sovrappeso, obesità e malattie metaboliche.

Troppi alimenti amidacei, specie se cotti a lungo, raffinati o lavorati a livello industriale, portano ad un aumento dei livelli ematici di glucosio; questo effetto, oltre ad essere responsabile di compromettere lo stato di salute, determina a seguito di ingestione, uno stato di benessere, appagamento legato all' iperglicemia e allo stimolo sul rilascio di serotonina. Alla condizione di iperglicemia segue un'importante secrezione di insulina che tende a riportare nella norma i livelli di glucosio; questo evento biologico provoca un rimbalzo negativo dei livelli glicemici (la cosiddetta ipoglicemia reattiva postprandiale), che stimola il centro ipotalamico della fame. Si entra così in una sorta di circolo vizioso che - specie negli individui già in sovrappeso e sedentari - porta alla nuova ingestione di alimenti amidacei raffinati e all'inevitabile aumento di peso, con tutte le conseguenze negative del caso.

La Planetary Health Diet spinge verso il consumo di semi oleosi, spesso poco contemplati sulla tavola degli europei. E' importante capire che i semi oleosi (o frutta secca) non devono essere confusi con la frutta essiccata; si tratta quindi di frutta secca a guscio come noci, nocciole, mandorle, anacardi, arachidi, ecc.che in natura fungono da riserva nutritiva per la futura piantina per questo ricchi di oli.
I grassi in essi contenuti sono insaturi e polinsaturi, in particolare omega 3 e omega 6 quindi privi di colesterolo.
La peculiarità sta anche nella loro capacità di ridurre la quantità di colesterolo ematico, proteggendo le arterie dall’aterosclerosi aumentando i livelli di HDL colesterolo “buono”e abbasando quelli di LDL colesterolo “cattivo”.
Rappresentano inoltre un'ottima fonte di proteine e vitamine, in particolare quelle del gruppo B e vitamina E oltre che di sali minerali come selenio, potassio, zinco, magnesio, manganese e rame. Il calcio è presente in particolare nelle mandorle, il fosforo nei pistacchi e nei pinoli, il ferro nelle arachidi e nocciole.
Ricche di antiossidanti, sono utili per combattere i radicali liberi. Costituiscono un'isospettabile fonte di fibra presente e migliorano la risposta all’insulina nei diabetici.
Un'alimentazione correttamente bilanciata permette di portare il rapporto omega 6 e 3 a 3:1 ovvero alla giusta proporzione. Ciò è ottenibile attraverso la riduzione dell'acido linoleico contenuto nei semi di girasole, nel germe di grano, nel sesamo, nelle noci, nei semi di soia, nel mais, nelle olive, quindi nei relativi oli. Al contempo andrebbero privilegiate le fonti di omega 3 (acidi grassi alfa linolenico, eicosapentaenoico e docosaesaenoico), ovvero oli e carni del pesce azzurro (ricchi soprattutto in eicosapentaenoico e docosaesaenoico); semi di chia, di lino, noci e olio di noci, olio di canapa, olio di lino, olio di colza, olio di canola e olio di soia (ricchi soprattutto di alfa-linolenico).
Garantire il corretto rapporto tra omega 6 ed omega 3 permette di:
- favorisce l'omeostasi della lipemia
- migliorare la regolazione della pressione arteriosa
- garantire l'equilibrio degli eicosanoidi endogeni




Assolutamente la Planetary Health Diet rappresenta un'alimentazione valida per tutte le età che porta a contemplare tutte le fonti proteiche che la natura ci fornisce privilegiando nella scelta gli alimenti maggiormente ricchi di salubri nutrienti. Questo tipo di approccio, oltre che risultare eticamente più valido, porta la popolazione umana a introdurre nella propria dieta cibi qualitativamente superiori e più sani.
















mercoledì 23 gennaio 2019

ASMA e ALIMENTAZIONE: cibi pro e contro

Anche se non esiste una vera e propria dieta anti-asma, scegliere accuratamente i cibi da portare in tavola può aiutare a tenere sotto controllo i sintomi asmatici. Il legame tra cibo e asma è ancora poco conosciuto, ma sembra che un'alimentazione equilibrata basata sul modello della dieta mediterranea, possa migliorare la qualità di vita degli asmatici; cosi come assumere certi cibi e/o bevande possa peggiorare il controllo dell'asma bronchiale.
Ogni giorno portiamo sulla tavola, inconsapevolmente, circa 3 mila gli additivi utilizzati nella produzione e conservazione dei cibi, alcuni dei quali responsabili nel favorire reazioni di sensibilità nei soggetti asmatici.

Tra i principali imputati compaiono:
- i solfiti, utilizzati come conservanti di vino, frutta secca, pesce congelato, sottaceti
- i benzoati, conservanti di bevande alcoliche e non alcoliche
- la tartrazina, un colorante artificiale di caramelle, bibite, confetture, dolci confezionati

Fra questi additivi, i solfiti sono i più pericolosi in quanto in grado di innescare gravi crisi di broncospasmo: sono sufficienti pochi milligrammi di solfiti per indurre la sintomatologia.


Alimenti da evitare in caso di asma

Il soggetto asmatico dovrebbe prestare particolare attenzione al consumo di:

Grassi saturi
Presenti in molti degli alimenti, soprattutto nei cibi fritti, nella carne rossa, negli alilmenti preparati industrialmente quindi altamente processati e nei dolciumi.
Chi soffre d'asma dovrebbe prediligere alimenti ricchi in acidi grassi Omega 3 come pesce azzurro, semi di lino e noci); si suggerisce inoltre, in questi casi, una regolare supplementazione di integratori a base di Omega 3.

Latticini interi
I latticini e i formaggi presentano un'elevata quantità di acidi grassi per tanto l'abuso di questi alimenti potrebbe portare al peggioramento della sintomatologia asmatica. È importante quindi che chi soffre di attacchi d'asma scelga di portare in tavola prodotti scremati. Meglio evitare quindi zuppe cremose, dolci ripieni, gelati, caffè macchiati, frullati, burro, ecc. Pare inoltre che i latticini aumentino la produzione del muco con conseguente aumento la congestione.

Carni rosse
ricche di grassi saturi soprattutto se bovine o suine; fanno eccezione le carni di agnello sicuramente più magra. Per chi soffre d'asma meglio optare per pollo, tacchino e pesce.

Agrumi e pomodori
Entrambi sono ricchi di principi nutritivi e fibre, ma anche componenti che potrebbero peggiorare i sintomi nelle persone asmatiche; non vanno eliminate, basta ridurne il consumo. In moltissimi casi chi è sensibile ai pollini o agli acari della polvere, può soffrire, per reazione crociata, di allergie alimentari sopratutto a carico di frutta e verdura.

Sale
L’eccesso di sodio può esercitare effetti negativi sui pazienti con asma, innescando un aumento della risposta immunitaria, scatenando quindi la sintomatologia asmatica.
Meglio quindi evitare cibi processati, conservati, precotti snack; non aggiungere il sale alle pietanze già servite a tavola. Spesso il sodio si trova in maniera occulta in alcuni insospettabili alimenti anche dolci! L'importante qindi è prestare bene attenzione nella lettura delle etichette.

Grassi vegetali
Questo tipo di grassi si ottengono mediante un processo in cui l'olio vegetale incorpora idrogeno. Sono ricchi di questi grassi la margarina, i cibi fritti e gli oli parzialmente idrogenati, biscotti e dolciumi di produzione industriale.
La scelta dovrebbe invece ricadere su grassi virtuosi come quelli apportati dall'olio d’oliva, dai semi e dalla frutta secca.

Cibi che aiutano il soggetto asmatico 

Nella dieta di una persona che soffre d’asma non possono mancare alimenti ricchi di magnesio, minerale utile per rilassare i muscoli e l’apparato respiratorio agendo come antinfiammatorio e broncodilatatore.
Il magnesio è presente in frutta e verdura cruda, così come nei legumi e nella frutta secca. Per chi soffre d'asma non dovrebbe mancare nella propria alimentazione:

semi di sesamo e di zucca
soia (in tutte le sue forme)
legumi (lenticchie, ceci, piselli)
germe di grano
frutta secca a guscio
avena
aglio

Importante inoltre raticare regolare esercizio fisico che dovrà essere svolta secondo le indicazioni mediche per evitare che si trasformi in un boomerang e peggiori lo stato di salute.






sabato 12 gennaio 2019

Parmigiano per tutti!

Parmigiano: alimento virtuoso

Oltre ad essere un'ottima fonte di calcio utile per la salute delle ossa e l'accrescimento dello scheletro, è particolarmente indicato per gli sportivi che praticano attività in cui si richide potenza e massa muscolare come lotta, pugilato, sollevamento pesi.
Il Parmigiano è da intendersi come un vero e proprio integratore alimentare in grado di fornire in pochi grammi un elevato apporto di vitamine e di proteine. 100 grammi di Parmigiano assicurano infatti il 40% del nostro fabbisogno giornaliero di vitamina A, il 20% di quello della vitamina B2 e un quantitativo di vitamina B12 superiore alle comuni esigenze fisiologiche.
I " Cla" (coniugati dell’acido linoleico) presenti nel Parmigiano sono in grado di stimolare la perdita di grasso e il dispendio calorico a riposo per questo tali elementi si ritrovano di sintesi in alcuni prodotti dimagranti.Inoltre il Parmigiano ha un alto indice di sazietà.




I benefici per la salute 

Grazie alle sue virtù nutritive viene indicato in molti regimi alimentari particolari
- Rinforza le ossa: 50 grammi di Parmigiano forniscono circa 580 milligrammi di calcio, corrispondente alla metà circa del fabbisogno quotidiano di calcio di una persona adulta. Il Parmigiano contribuisce a rendere forti le ossa dei nostri figli e a mantenere in salute quelle degli anziani. Il calcio presente dentro questo prezioso alimento aiuta non solo a fortificare lo scheletro durante l'accrescimento, ma anche a ridurre il rischio di fratture alle ossa.
- Migliora l’efficienza del sistema immunitario: grazie alla presenza di vitamina B, di ferro e di zinco, tutti elementi che partecipano alla produzione di anticorpi e linfociti. In particolare, pare che lo zinco in esso presente contribuisca a regolare il funzionamento della digestione, migliora i livelli di stress e agevola il controllo del diabete.Il Beta-Carotene e le vitamine A, B2, B6, B12 assicurano un’ottima azione protettiva e antitossica; contribuiscono alla formazione degli anticorpi e ci difendono dagli inquinanti presenti nell’aria che respiriamo ogni giorno.


Ottimo alimento anche per i bambini

Il Parmigiano è un alimento estramamente indicato nei bambini fino dalle prime fasi dello svezzamento grazie alla sua alta digeribilità. Anche le donne in gravidanza dovrebbero assumere Parmigiano come importante fonte di calcio per la salute delle proprie ossa e per la formazione dello scheletro del nascituro.
Solitamente si sconsiglia alle gestanti di utilizzare formaggi fatti con latte non pastorizzato per evitare di contrarre la pericolosa Listeriosi. Benché il Parmigiano sia fatto con latte crudo, quindi non pastorizzato, la sua lunga stagionatura, almeno 12 mesi, previene qualunque pericolo. Le donne in gravidanza che devono tenere sottocontrollo il peso devono solo prestare attenzione a non eccedere nel consumo.
Il consumo di Parmigiano che ha ricevuto una stagionatura di almeno 15-18 mesi, aiuta a prevenite l'insorgenza di enteriti virali e batteriche, tipiche dei bambini nei primi anni di vita.
Essendo molto energetico è un ottimo pasto per i bambini che mostrano disappetenza, che potrebbero essere invece attratti da un alimento così saporito.
I sali minerali e le vitamine contenute in poche scaglie di Parmigiano sono in grado di garantire una corretta crescita e un sostegno nella vita spesso frenetica dei piccoli adulti sovente costretti a ritmi serrati fra scuola, studio e sport.

Quantità consigliata

Come tutti i formaggi, il Parmigiano è un alimento ricco di grassi; per una dieta corretta, meglio limitarne il consumo a due o tre volte la settimana. Essendo molto versatile si può grattugiare su un piatto di pasta o nella minestra: ne basta un cucchiaino (5 grammi circa). Ottimo anche a scaglie, durante il pasto o come spuntino, in questo caso 20 grammi di Parmigiano sono più che sufficienti.










venerdì 5 ottobre 2018

L’artrosi può migliorare con l’alimentazione?


Di artrosi si parla poco anche se a soffrirne sono circa quattro milioni di italiani a partire dai 45 anni di età; le più colpite le donne, soprattutto con il sopraggiungere della menopausa.
L’artrosi è una malattia cronica degenerativa delle articolazioni, che colpisce principalmente la cartilagine di rivestimento delle giunture di mani, ginocchia, schiena, spalle, gomiti e anca.
Sono molti i fattori eziologici che portano all’insorgenza dell’artrosi: predisposizione familiare, stile di vita sedentario, età, sovrappeso, usura e possibili traumi.
E’ interessante sapere che alimentarsi in modo corretto ed equilibrato, non solo consente di migliorare lo stato di salute del soggetto affetto da artrosi, riducendo l’assunzione dei comuni farmaci antinfiammatori, ma permette anche di prevenire l’insorgenza di questa patologia spesso invalidante.

Alimenti per chi soffre di artrosi

Uno stile di vita corretto che contempli una dieta vicina a quella vegetariana ricca di verdure della famiglia delle crucifere (come cavolfiore, cavolo cappuccio, verza, broccoli ecc.); farine e cereali integrali, poco sale, combinata ad una corretta attività fisica, rappresenta uno dei fattori più importanti nella prevenzione dell’artrosi.
Si consiglia anche di integrare la regolare alimentazione con cibi antiossidanti e ricchi di omega 3: i primi perché aiutano a combattere i radicali liberi, i secondi perché sono noti antinfiammatori.

I cibi consigliati per contrastare l’artrosi:

  • Crucifere: cavoli, cavoletti, cavolfiori e broccoli ricchi di sulforafano, un composto che svolge un’azione benefica nel prevenire e rallentare artrosi. Il sulforafano blocca gli enzimi responsabili della distruzione delle articolazioni, modificando così l’attività infiammatoria
  • Verdura a foglia verde: lattuga, spinaci, bietole, sono tra gli ortaggi più ricchi di omega 3, che giocano un ruolo importante nella riduzione dell’infiammazione articolare
  • Frutti rossi: come frutti di bosco, mirtilli e more, sono ricchi di antiossidanti, utili nel contrastare lo stress ossidativo associato alle malattie reumatiche
  • Ananas: perfetto perché contiene un enzima, la bromelina, che riduce l’infiammazione
  • Pesce: da prediligere sardine, aringhe e salmone che contengono elevati quantitativi di omega 3 che, come già ricordato, svolgono un’importante azione antinfiammatoria
  • Semi e frutta secca: altra fonte di omega 3 i semi oleosi, come semi di lino, le noci, le mandorle e le nocciole
  • Cereali integrali: i cereali non raffinati hanno proprietà antinfiammatorie e sono ricchi di sali minerali
  • Olio extra-vergine di oliva: grazie alla presenza di oleocantale svolge un’importante azione antinfiammatoria ed è inoltre ricco di sostanze che contrastano l’azione dei radicali liberi
  • Tè verde: l’epigallocatechina gallato, tra i principi attivi del tè verde, vanta un importante effetto antinfiammatorio. La presenza di polifenoli, inoltre, riduce il danno alla cartilagine e l’erosione delle ossa
  • Cucurma: si tratta di una pianta erbacea dal potente effetto antiossidante e antinfiammatorio che viene per questo impiegata efficacemente nel trattamento di infiammazioni, dolori articolari
  • Alghe: come dulse, kombu sono ricche di antiossidanti, minerali e vitamine, le alghe sono utili nella prevenzione dell’artrosi, favorendo peraltro la riduzione del dolore e migliorando la facilità di movimento
  • Legumi: come principale fonte proteica dall’azione non acidificante e incapaci di promuovere processi infiammatori

In caso di artrosi è corretto utilizzare integratori a base di Boswellia serrata; Ribes nero abbinato ad Ampelopsis e al Pino montano

Inoltre è possibile trovare in commercio prodotti composti da un mix di principi attivi tutti mirati al buon funzionamento delle articolazioni, quali la glucosamina e condroitina associate all’MSM (metilsulfonilmetano), composto organico contenente zolfo con spiccata attività antinfiammatoria.

Per attenuare il dolore locale è possibile fare uso di pomate a base di capsicina e artiglio del diavolo, da applicare più volte al giorno sulla parte dolente.

Alimenti da evitare in caso di artrosi

La prevenzione delle cartilagini e il mantenimento di un buono stato di salute ossea, viene garantito dal controllo glicemico, dal grado di acidità e infiammazione, contrastando l’azione dei radicali liberi. Ecco di seguito gli alimenti nemici dell’artrosi:

  • eccessivo consumo di proteine animali, siano esse fornite da carne rossa, bianca, pesce, tuorlo d’uovo, formaggi e latticini, è responsabile dell’aumento dei processi infiammatori e dei dolori legati all’artrosi a causa dell’azione acidificante da essa promossa; inoltre l’eccesso proteico favorisce la perdita di calcio dalle ossa rendendo lo scheletro più fragile. Si consiglia quindi di assumere le proteine animali in modo vario all’interno della settimana, in porzioni di quantità limitata. Anche i latticini andrebbero consumati con moderazione sia per i grassi saturi in essi contenuti, capaci di promuovere la sintesi delle prostaglandine (sostanze ad alto tasso infiammatorio), che per l’azione acidificante responsabile di determinare un aumento dell’infiammazione
  • le solanacee (pomodori, patate, melanzane, peperoni) contengono la solanina, tossica se ingerita in eccesso; meglio scegliere altri tipi di ortaggi come carote, zucchine, fagiolini, ecc…
  • chi soffre di artrosi dovrebbe largamente evitare alimenti fritti e zuccherati, comprese le bevande; la loro azione acidificante accentua l’infiammazione in corso. Sostituire la frittura con la cottura al forno e scegliere come bevanda di elite la semplice acqua naturale. Gli alimenti zuccherati causano picchi di insulina (l’ormone secreto dal pancreas per abbassare il tasso di glicemia), portando da un lato all’accumulo di tessuto adiposo (con aumento dell’infiammazione) e dall’altro alla liberazione di radicali liberi: fattori che mettono entrambi a rischio la salute delle articolazioni
  • recenti studi hanno portato all’evidenza come alimenti contenenti glutine siano in grado di promuovere / innescare fenomeni infiammatori anche in quei soggetti non affetti da Morbo Celiaco. Sarebbe quindi consigliabile per chi chi soffre di artrosi di limitare il consumo dei prodotti ricchi di glutine
  • il caffè per la sua spiccata azione acidificante dovrebbe essere abbandonato in caso di artrosi; non fa eccezione il decaffeinato, via libera al tè verde e gli infusi alle erbe







mercoledì 3 ottobre 2018

Tutti i rischi legati al "digiuno intermittente"


Esistono diversi metodi di digiuno intermittenti, fra quelli più popolari troviamo: 
- Metodo 16/8: protocollo che prevede 3 pasti giornalieri (più una seduta di allenamento se è possibile) con una finestra di digiuno pari a 16 ore. Alcuni indicano la necessità di saltare la colazione tutti i giorni e mangiare durante una finestra di alimentazione di 8 ore, ad esempio dalle 12.00 alle 20.00; altri invece indicano di consumare un primo pasto appena alzati che deve rappresentare una importante fonte proteica e carboidrati a medio-basso indice glicemico con pochi grassi; fare un secondo pasto inteso come colazione completa; infine introdurre un terzo pasto che va a rappresentare un pranzo completo al cui termine (intorno alle ore 13:00 / 15:00) inizia la fase di digiuno che dura fino alla mattina seguente. Nei culturisti o negli sportivi spinti la seduta di allenamento si colloca fra il secondo e terzo pasto.
Eat-Stop-Eat: prevede uno o due digiuni di 24 ore ogni settimana, ad esempio non mangiando dalla cena del giorno prima a quella del giorno dopo.
- La dieta 5:2: prevede di consumare solo 500-600 kcalorie in due giorni della settimana, ma gli altri cinue giorni è possibile mangiare normalmente.
- La Warrior Diet: questo metodo si basa sull’alternanza di due fasi quotidiane di sotto-alimentazione e sovra-alimentazione. La fase di sotto alimentazione è prevista nelle prime venti ore della giornata, dal risveglio fino all’ora di cena, in cui si dovrebbe limitare al massimo l’apporto energetico; nelle restanti quattro ore della giornata si attua la fase di sovra alimentazione in cui è possibile alimentarsi fino a raggiungere il senso di sazietà senza avere particolari accorgimenti in merito alle quantità dei cibi assunti. 
- Whole day fasting: è una Eat Stop Eat con uno o due giorni di completo digiuno, negli altri 5/6 giorni si può mangiare a volontà.

Qualunque tipo di digiuno intermittente si voglia intrapredere va inteso come un sistema rigoroso volto a perdere velocemente peso mantenendo comunque la massa magra inalterata perchè non si arriva ad instaurare lo stato di chetosi. E’ stato pensato per coloro che vogliono raggiungere il peso prefissato, soprattutto sportivi, senza ricorrere alla consueta scelta dei cibi ipocalorici, alle pesate e alla conta delle calorie, ma soprattutto evitando di rispettare la regola dei 5 pasti giornalieri.

Metodo 16/8

Recentemente il metodo più in voga pare essere quello 16/8 il cui principio cardine è quello di creare un lasso di tempo di digiuno, fissato a 16 ore, la cui durata è tale da incidere sul bilancio calorico complessivo e sul metabolismo ormonale. Allontanandosi dai consueti 5 pasti quotidiani, il soggetto si può dedicare meno alla scelta dei cibi, certo che il digiuno così fatto sia in grado di far perdere peso velocemente. Sicuramente il digiuno intermittente non consente di entrare in chetosi, evitando quindi al soggetto tutti i fastidi legati alla dieta chetogenica. Nell’ottica di apparire belli e in poco tempo, soprattutto con l’avvicinarsi dell’estate, la popolazione abbraccia ogni vento di novità in fatto di dieta, senza poi troppo curarsi degli effetti e delle ripercussioni future sull’organismo.

Se per alcuni il digiuno intermittente si rivela di facile applicazione, non è così per tutti; alcuni potrebbero trovare questa metodologia estremamente difficoltosa se non addirittura impraticabile.
Dal punto di vista nutrizionale, i tratti criticabili del regime dietetico, sono prevalentemente legati alla "diseducazione" alimentare, a causa delle possibili lacune nutrizionali che si potrebbero instaurare (in termini non raggiungimento delle razioni raccomandare dei nutrienti).
D’altronde questo tipo di regime dietetico può risultare utile al culturista che ha necessità di raggiungere determinati standard estetici, talvolta anche contravvenendo a quelle che sono le regole legate ad una corretta alimentazione. Per i body-builders, nel costante sforzo di aumentare la massa muscolare e diminuire quella grassa, il digiuno intermittente garantisce questo binomio escludendo il tanto odiato catabolismo, meccanismo che va a ridurre altresì la massa muscolare costituita in numerose e stressanti sedute di allenamento intensivo.

Chiaramente non è affatto abbandonato il concetto legato all’attenzione verso l’alimento introdotto, del rispetto della suddivisione dei 5 pasti quotidiani, del conteggio delle calorie per attribuire in modo appropriato ad ogno soggetto il tenore calorico volto a far per perdere peso gradualmente in modo da non riacquistarlo in breve tempo.
Il digiuno intermittente viene inteso come un metodo veloce per limitare le calorie senza prestare attenzione al tipo di alimento introdotto; il conteggio delle calorie in questo caso non viene generalmente richiesto. Essendo il periodo di digiuno abbastanza lungo e consumando poi nelle restanti otto ore solo tre pasti; a meno che non si compensi mangiando molto in queste occasioni, le calorie che nel complesso verranno introdotte saranno meno.
Con il digiuno intermittente la perdita di peso stimata può arrivare fino al 3-8% del peso corporeo in un periodo compreso dalle 3 alle 24 settimane, con una riduzione della circonferenza dal 4% al 7%, dimostrando che il digiuno intermittente può essere un utile aiuto per dimagrire.

Effetti sull'organismo

Praticando il digiuno intermittente il metabolismo passa dall’ uso di carboidrati come fonte energetica primaria all’ utilizzo dei grassi.
Gli ormoni che entrano in gioco in fase di digiuno sono:
- L’insulina (ormone ipoglicemizzante e lipolitico che impiega carboidrati come substrato) aumenta quando mangiamo per ridiscendere nei momenti di digiuno; livelli più bassi di insulina facilitano la combustione dei grassi.
- L’ormone antagonista dell’insulina, il glucagone, aumenta la sua concentrazione ematica nella fase di digiuno; la sua azione si esplica controllando i livelli di glucosio nel sangue, aumentando la glicemia diminuendo la sintesi di glicogeno e stimolando la gluconeogenesi epatica (produzione di glucosio da composti non glucidici).
- Si assiste anche all'incremento di IGF-1 o somatomedina e testosterone.
- La lunga privazione alimentare è poi responsabile della secrezione di GH (somatotropina), comunemente indicato come ormone della crescita; a differenza dell'insulina, il GH, pur aumentando l'ipertrofia, non determina un deposito adiposo, bensì favorisce la lipolisi necessaria al dimagrimento.
- Il sistema nervoso registra il digiuno come un momento di stress quindi induce un aumento di catecolamine: adrenalina (epinefrina) e noradrenalina (norepinefrina). Entrambe aumentano il dispendio energetico a riposo durante un digiuno: il sistema nervoso invia noradrenalina agli adipociti, da cui vengono liberati gli acidi grassi che possono essere demoliti per produrre energia.
- Il digiuno intermittente normalizza i livelli di grelina, conosciuto come "l'ormone della fame" che di norma si attiva prima di un pasto in base alle nostre abitudini; diminuendo in questo modo il desiderio di mangiare soprattutto rivolto agli zuccheri donando senso di sazietà.





Alimenti ammessi in questo regime dietetico restrittivo

Nel caso del Metodo 16/8, nonostante si sfrutti la finestra del digiuno per promuovere il dimagrimento, i restanti pasti possono essere consumati in libertà purchè nel rispetto della scelta di alimenti a basso tenore calorico come carne, pesce, uova, frutta, verdura ma anche pane, pasta, frutta secca nelle giuste proporzione. Inoltre, per massimizzare i risultati di dimagrimento e potenziare la massa muscolare, sarebbe necessario svolgere regolarmente la giusta attività fisica.

E’ bene sapere che esistono anche degli alimenti che possono essere introdotti in fase di digiuno:

ALIMENTI LIQUIDI
- alimenti liquidi a 0 kcal che potenziano gli effetti del digiuno: a questa categoria appartengono aceto, caffè, tè verde, tè nero, integratori multivitaminici, acqua. Stimolanti come caffeina sono in grado di mediare la produzione della noradrenalina che mobilita le scorte di glucosio e di acidi grassi.
- dolcificanti vari che, se usati con moderazione per zuccherare le bevande, risultano inerti rispetto al digiuno non bloccandolo.
- integratori liquidi: aminoacidi ramificati BCAA (L-Leucina, L-Isoleucina e L-Valina) che si presentano in polvere ma prima dell’assunzione devono essere sciolti in acqua. Forniscono calorie per un diretto effetto sulla limitazione del catabolismo muscolare; sono gluconeogenetici e vengono utilizzati al posto degli amminoacidi ricavati dalla "distruzione" del muscolo per produrre glucosio.
- oli MCT: olio di cocco, pur essendo un grasso e quindi calorico, non interrompe il digiuno glucidico, attiva altresì le vie metaboliche che promuovono l'ossidazione lipidica. Essendo questo principalmente composto da acidi grassi a catena media (MCT) saranno indirizzati molto velocemente ai livello dei mitocondri invece che essere accumulati come adipe. Valido sostituto all’olio di cocco potrebbe essere il ghee o burro chiarificato, composto in buona parte da grassi MCT.

ALIMENTI SOLIDI
Strano, ma vero, esistono degli alimenti a bassissimo tenore calorico (< 50 kcal per 100g ) che possono essere ammessi in fase di digiuno come quelli consentiti nella Protein Spared Modified Fast (non altro che un tipo di dieta chetogenica) ovvero certi tipi di proteine alimentari a bassissimo tenore calorico (come quelle presenti nella carne magra, pollame, pesce, albume dell’uovo) e spezie (come cannella, pepe nero, peperoncino, curcuma) in modo da limitare il catabolismo muscolare.



Raccomandazioni e disillusioni 

Quando sono di fronte ad un soggetto che mi chiede di perdere velocemente peso, la prima cosa che faccio è quella, in sede di colloquio anamnestico, di far comprendere che non esistono metodi miracolosi che in breve tempo fanno perdere chili senza, di pari passo, arrecarei alcun danno alla salute. Per prima cosa sono tenuta ad esaminare il soggetto nella sua totalità e capire perchè si è rivolto al professionista: è un soggetto in lista per la chirurgia bariatrica?; è un soggetto che ha devoluto la sua vita al culturismo?; è un soggetto che presenta qualche patologia? e se si quale?; è una persona affetta da DCA? si è rivolto a me per affrontare il periodo estivo più “in forma”?
A seconda dello scenario, il professionista sarà in grado di scegliere il regime dietetico più consono al soggetto, tenuta presente la sua storia clinica e familiare. L’importante è far intraprendere determinati regimi alimentari solo in quei casi in cui esiste una realistica necessità e una prospettiva di miglioramento in termini di salute a lungo termine. Scoraggio invece ad iniziare, soprattutto con metodi fai da te, diete fortemente restrittive a chi presenta patologie conclamate, in cui una dieta squilibrata potrebbe portare a maggiori danni rispetto ai benefici.
Il digiuno intermittente resta un regime dietetico assolutamente controindicato durante la gravidanza e l'allattamento, in soggetti che soffrono di una patologia conclamata; resta altamente sconsigliato in tutti i soggetti che soffrano di disturbi del comportamento alimentare e fra i soggetti in accrescimento e in fase di sviluppo. Chi decide di intraprendere il digiuno intermittente, lo deve fare unicamente sotto controllo da parte di uno specialista del settore che è tenuto ad informare il suo assistito dei possibili effetti collaterali e pericolosità oltre che a monitorare che la restrizione calorica non arrechi carenze di alcun genere e che non subentrino pericolosi squilibri elettrolitici. E’ importante sapere che intraprendere questo regime dietetico può portare ad instaurarsi stati di agitazione e nervosismo, aumentato senso di affaticamento oltre che sensazione di gonfiore pertanto se ne consiglia un approccio graduale ad esempio iniziando saltando un pasto senza calcolare i tempi esatti in termini di ore.



Dieta mediterranea vs Dieta giapponese


 I due regimi alimentari hanno almeno un elemento in comune: entrambi, nel 2014, sono stati considerati dall’Unesco patrimonio immateriale dell’umanità e riconosciute come le diete più sane al mondo, in grado di aumentare le aspettative di vita e di ridurre il rischio di alcune patologie come cancro, arteriosclerosi, diabete, ictus e infarto.
Tanto lontane sia dal punto di vista geografico che culturale, Italia e Giappone sono in grado di promuovere con l’alimentazione benessere e longevità alle rispettive popolazioni. Numerosi infatti sono i tratti a comune fra i due tipi di tradizioni culinarie:
- entrambe le diete suggeriscono il consumo di 5 o 6 porzioni al giorno di verdura fresca di stagione: pomodori, melanzane e peperoni sono alcuni degli ortaggi più consumati nelle aree mediterranee, mentre nella zona orientale sono più comuni cavolo e alga marina.
- entrambi i regimi alimentari prevedono il consumo giornaliero di cereali; la dieta mediterranea raccomanda pane e pasta, meglio se integrali, quella giapponese favorisce il riso.
- entrambe sono ricche di frutta, pesce e uova, promuovono la riduzione del consumo di carne e sconsigliano il consumo di dolci e bevande zuccherate.


VIRTU' DELLA CUCINA GIAPPONESE


Secondo l’ Organizzazione Mondiale della Sanità il Giappone è il paese con la più alta aspettativa di vita al mondo e ciò è reso possibile sia grazie alle caratteristiche genetiche di popolazione tramandate di generazione in generazione, che al corretto stile di vita e alle abitudini alimentari adottate nei secoli.
Combinare, in piccole porzioni, alimenti ricchi di proteine a basso tenore calorico (come il pesce) con verdura e grassi sani (soprattutto omega 3) è importante per mantenere il corpo in salute. Impiegare nella preparazione dei cibi pochissimo sale ed introdurre nutrienti ricchi di flavonoidi, vitamina E, licopene e carotenoidi è fondamentale per garantire il buon funzionamento dei processi fisiologici. I giapponesi hanno inoltre l’abitudine di bere molto tè al gelsomino, che pare giochi un ruolo importante nella prevenzione del cancro.
Alimenti riccamente presenti nell’alimentazione giapponese sono i germogli di soia ricchi di acqua, vitamine (soprattutto vitamina C) e sali minerali tanto da poter essere considerati dei veri e propri integratori naturali capaci di mantenere l’organismo in perfetta salute. All’interno dei germogli di soia è inoltre presente la lecitina, che aiuta a regolare i livelli di colesterolo ematico, oltre che i fitoestrogeni, ovvero ormoni naturali che possono essere utili soprattutto nel periodo della menopausa.
La cucina giapponese è inoltre ricca di composti chimici naturali capaci di rallentare la crescita delle cellule tumorali; di indurre l'apoptosi ( il "suicidio cellulare programmato"); oppure di svolgere attività anti angiogenesi, bloccando cioè lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni in prossimità dei tumori, ostacolando così la crescita tumorale. Alimenti di questo tipo sono:
- le alghe ( fra le più conosciute kombu, wakame e nori) ricche di fibre oltre che di minerali (iodio, potassio, ferro e calcio) e amminoacidi essenziali.
- la soia che grazie agli isoflavoni in essa presenti è in grado di proteggere da tumori dipendenti dagli ormoni, come il cancro del seno o della prostata.

I giapponesi utilizzano inoltre numerosi ingredienti fermentati: dalle umeboshi ovvero alle prugne in salamoia (che in realtà sono albicocche), al tè kombucha che in Giappone è conosciuto con il nome di tè "kocha kinoko", al miso o al tempeh che derivano dalla soia fermentata; alimenti in grado di facilitare la digestione modificando il PH, aiutano a prevenire la nausea, esercitano proprietà disintossicanti e antibatteriche e aiutano a ristabilire il corretto funzionamento della flora batterica intestinale essendo ricchi in “batteri buoni”. Inoltre apportano enzimi e vitamine B e C che svolgono un'azione antiossidante, depurativa e digestiva. Il miglior modo di consumare cibo fermentato per trarne beneficio è consumarlo crudo e a temperatura ambiente; la cottura infatti disattiva i fermenti.


CRITICITA' DELLA CUCINA GIAPPONESE


Il cibo giapponese non presenta però solo virtù:
- oltre alla presenza del noto del parassita Anisakis, è possibile trovare nelle carni del pesce crudo un altro pericoloso parassita il Diphyllobothrium latum, responsabile di provocare la difillobotriasi o tenia del pesce, che causa, se ingurgitata, deficit di vitamina B12 e anemia. I rischi di contrarre queste infezioni parassitarie si abbattono se il pesce è stato trattato nel rispetto delle norme vigenti.
- E’ bene sapere che le specie di pesce utilizzate nella cucina giapponese sono spesso ricche di mercurio e altri metalli tossici in grado di provocare intossicazioni che si possono manifestare con sintomi diversi, rendendole quindi di difficile identificazione ed interpretazione. Le carni in cui la concentrazione di mercurio risulta essere maggiormente elevata sono quella del tonno, del pesce spada e dello squalo.
- Un mito da sfatare è che il sushi sia un alimento povero di calorie, in realtà, anche se gli ingredienti base impiegati sono principalmente pesce, riso e verdure quindi salutari e poco calorici, i condimenti e le salse utilizzate per insaporire le pietanze, come anche il metodo di cottura che utilizza la tempura, portano ad un aumento delle calorie.


- La salsa di soia, largamente impiegata in questo tipo di cucina, risulta essere molto salata per tanto non adatta a chi soffre di ipertensione e a chi sta seguendo un regime dietetico ipocalorico. Altri condimenti potenzialmente non troppo salutari sono la salsa al rafano, allo zenzero e il wasabi. Se non eseguite utilizzando la vera e propria radice fresca, ma ottenute da preparati sotto forma di paste o conserve, potrebbero contenere additivi chimici, conservanti e coloranti nocivi.
- In Giappone la bevanda più consumata, anche più della stessa acqua, è il tè che viene consumato sotto diverse forme e che accompagna la giornata e i pasti di ogni quitidiani. E’ bene sapere che per ogni tazza di tè, la percentuale di caffeina assunta può essere anche molto elevata. Molti sono i fattori in grado di determinare la concentrazione di teina e caffeina dell’infuso, primo fra tutti il tempo di infusione: minore è il tempo di infusione è maggiore è il contenuto di caffeina che si ritroverà nella bevanda. La caffeina infatti è una sostanza che passa molto rapidamente in infusione, una volta che il tè viene messo a contatto con l’acqua bollente: bastano due o tre minuti perché questa sostanza venga estratta e passi nell’infuso. Se il tempo di contatto del tè con l’acqua calda viene però prolungato, raggiungendo almeno i cinque minuti, sono i tannini contenuti nel te a passare in infusione, andando a legarsi con la caffeina che diventa meno assorbibile dall’organismo. Un tè che dunque rimane molto tempo in infusione perde la maggior parte della sua capacità eccitante, trasformandosi in una bevanda dall’effetto blando. Quando si consuma del te è necessario tenere in considerazione che alcune molecole presenti nell’infuso sono in grado di chelare (legare e trattenere) alcuni nutrienti. I tannini contenuti nel tè sono in grado di legarsi al ferro portando ad un ridotto assorbimento di questo minerale a livello intestinale. Il consumo prolungato di bevande eccessivamente calde pare inoltre favorire l’insorgenza di cancro all'esofago; soprattutto esposti a tale rischio risultano coloro che sono soliti consumare dosi eccessive di alcool e sigarette.



ALL YOU CAN EAT ITALIANO E' SICURO?


Quando si va a mangiare giapponese è di rigorosa importanza scegliere ristoranti di qualità in grado di garantire le materie prime, l’adeguata conservazione e preparazione degli alimenti.
Il consumo di pesce crudo è infatti legato ad alcune patologie:
- Parassitosi, dovute all'assunzione di alimenti contaminati da organismi patogeni come protozoi, larve e amebe
- Infezioni, dovute all'assunzione di alimenti contaminati da microorganismi patogeni quali batteri e virus
- Intossicazioni, dovute all'assunzione di alimenti contaminati solo dalle tossine batteriche o delle alghe
- Tossinfezioni, dovute all'assunzione di alimenti contaminati sia da batteri patogeni che le rispettive tossine.

Se mangiati crudi, i molluschi bivalvi possono trasmettere all’uomo patologie quali:
- Epatite virale: malattia sistemico-epatica determinata dal virus HAV
- Salmonellosi, Tifo e Paratifo
- Colera
- Tossinfezione da Escherichia Coli
- Tossinfezione da Vibrio Parahaemoliticu (molto presente in Giappone)

Visto ciò è facilmente comprensibile come sia doveroso per un ristorante che serve cucina giapponese, rispettare le norme igenico-sanitarie legate alla corretta conservazione, stoccaggio e cottura dei cibi. La tanto famosa parassitosi intestinale da Anisakis infatti è ad esempio scongiurabile dall’abbattimento del pesce a -20°C per almeno 24 ore prima che questo venga servito e di conseguenza mangiato.

Si sconsiglia comunque il consumo di pesce crudo ai soggetti immuno depressi, come pazienti affetti da neoplasie o in trattamento chemioterapico, con deficit da HIV, anziani, diabetici, donne in gravidanza.